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Oggi è il primo giorno di chiusura della scuola.
Da ieri, sui social in generale e anche nella mia bolla – come dicono i giovani – scorrono senza sosta immagini e video dell’ultimo giorno di lezione: insegnanti salutati in piedi sui banchi o sulle sedie poiché prossimi alla pensione; docenti in aula tra applausi, lacrime e balletti improvvisati nei corridoi; ragazzi e ragazze che, uscendo dall’aula per l’ultima volta, allungano la mano per toccare la parte superiore della porta come fosse un rito di passaggio; interruttori che si accendono e si spengono a mo’ di discoteca; cartelli alzati sulle teste a ritmo delle hit del momento; tanti abbracci, urla e meravigliosi sorrisi.
Mentre guardo questi video, mi è tornato in mente l’incontro che ho seguito la settimana scorsa a Bari, presso la Biblioteca Iurlo, nel cuore di Japigia, quartiere in cui sono nata e cresciuta.
Ospite del pomeriggio di formazione dal titolo “Nella testa degli adolescenti risiede un tesoro” era Paolo Mai dell’Accademia di Pedagogia Viva, noto per essere stato il primo fondatore dell’Asilo nel Bosco.
Quasi quattro ore senza pause.
Quattro ore dense, concrete, a tratti provocatorie dove le parole ascoltate non sono state semplicemente informazioni in più (rispetto ai miei studi, alle mie letture e al mio modo di essere genitore non perfetto) ma sono state parole che mi hanno costretto a guardare le cose da un’altra prospettiva.
Una delle riflessioni che mi sono portata a casa è apparentemente molto semplice: oggigiorno è complicato fare i genitori di adolescenti. E, allo stesso tempo, è complicato essere adolescenti.
Può sembrare una banalità: in realtà credo sia una constatazione che meriterebbe di essere sviscerata e bene (e certamente non da me).
Molto spesso ci affrettiamo a giudicare gli uni o gli altri – soprattutto a seguito di casi di cronaca, lì siamo imbattibili: i ragazzi abbiamo imparato a definirli troppo fragili, troppo distratti, troppo dipendenti dai social, troppo arrabbiati e molto spesso molli, senza spina dorsale – i famosi “Io alla tua età” si sprecano alla grande.
I genitori abbiamo imparato a definirli/ci come troppo permissivi, troppo presenti o troppo assenti, troppo amici o troppo controllanti, molto spesso più adolescenti dei figli – Crepet docet.
Eppure, se ci fermassimo un momento scopriremmo che tutti e tutte stiamo cercando di orientarci dentro un mondo che cambia a una velocità impressionante – compresa me, mamma di un quasi dodicenne che mentre scrive questo post invia messaggi al suo ragazzo in giro con gli amici ancora alle 13.20 con 30 gradi all’ombra.
I ragazzi e le ragazze crescono sotto lo sguardo costante di tutti, non solo quello dei genitori, degli insegnanti o degli amici, ma anche quello di centinaia di persone che possono osservare, commentare e soprattutto giudicare ogni aspetto della loro vita. Vivono immersi in una cultura che chiede di mostrarsi continuamente e, possibilmente, di mostrarsi al meglio.
Ma pure gli adulti non se la passano tanto meglio, non trovate?!
Forse siamo la generazione di genitori che si interroga di più sul futuro dei loro figli: leggiamo libri, seguiamo corsi, ascoltiamo podcast, partecipiamo a incontri di formazione. Ci facciamo domande che probabilmente i nostri genitori non si ponevano nemmeno. Siamo più attenti, monitoriamo amicizie e uscite, li pediniamo con app installate sui loro cellulari. Eppure, paradossalmente, questa enorme disponibilità di informazioni non sempre ci rende più sereni. Anzi!
Osservo questi video e mi rendo conto che forse dovremmo cominciare a guardarli davvero questi ragazzi e queste ragazze che sono vestiti tutti alla stessa maniera, che ascoltano quasi tutti la stessa musica e parlano tutti la stessa lingua – grosso modo. Perché dopo la festa, la musica, i sorrisi, i saluti i baci e gli abbracci io vedo un mondo relazionale che si costruisce giorno dopo giorno dentro un mondo completamente diverso dal mio e che cambia con una rapidità mostruosa.
E quindi – come più volte ribadito durante il corso – dovremmo provare a imparare a interessarci davvero del loro stato d’animo, dei loro pensieri, dei primi approcci amorosi, delle fatiche familiari, della loro sfera emotiva ma non per controllarli di più. Per conoscerli meglio.
Perché forse una delle soluzioni potrebbe essere a portata di mano: rallentare il giudizio e affinare lo sguardo. O almeno provarci.
[foto presa dal web]

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