Scrivere tributi a persone scomparse non è nel mio stile, ma ora devo necessariamente fare un’eccezione.
Dopo venticinque anni trascorsi tra i libri – libraia di catena, libraia indipendente e oggi in modalità “nomade” – se devo dire grazie a una persona che mi ha spiegato davvero il mestiere di libraia, quella persona è Romano Montroni.
L’ho incontrato numerose volte in questi venticinque anni. Conservo ancora le sue mail e persino il suo numero di cellulare.
La prima volta fu a Padova, nel 2001. Ero un’apprendista libraia Feltrinelli, sotto la guida di Otello Baseggio, allora direttore della libreria di via San Francesco. Dopo appena cinque minuti di chiacchiere, mi guardò di sbieco con quel suo sorriso gentile e disse: «Be’, ci voleva un po’ di confusione e di allegria in questa Feltrinelli. Mi hanno detto che arrivava una giovane barese alta quanto me. Giovane sì, barese pure ma leggermente più bassa».
Poi fu la volta di Bologna per l’allestimento del megastore e poi Bari per l’allestimento della attuale libreria in via Melo. Ma quando lo vidi entrare nella mia Libriema qualche anno dopoaccompagnato da Alessandro Laterza scoppiai in una risata di estrema gioia: «Il tuo nome mi era familiare. Solo una pazza amante del libro come te avrebbe lasciato un contratto a tempo indeterminato per iniziare un’esperienza in solitaria».
Poi ci fu Roma. Fui io a cercarlo per dirgli che a breve avrei cambiato città e che non conoscendo bene la capitale avrei apprezzato un suo suggerimento. Dopo qualche settimana quella telefonata e dopo aver fatto un colloquio a metà agosto il suo suggerimento andò a buon fine: Melbookstore prima, IBS dopo, in via Nazionale sarebbe diventata la mia seconda casa per un bel po’ di anni.
«Se solo parlassi meglio l’inglese! Ma tu sei troppo barese!» e rideva di gusto.
Ecco, da Romano Montroni ho imparato che fare il libraio non significa soltanto conoscere i libri. Significa soprattutto conoscere e ascoltare le persone. Significa costruire ponti tra le storie e chi le sta cercando, spesso senza saperlo ancora.
Ho imparato che questo lavoro non si improvvisa perché richiede studio, formazione, curiosità, disciplina. Che i lettori non vanno mai presi in giro e che bisogna avere un amore autentico per i libri che sono una merce come un’altra ma anche no.
E poi da lui ho imparato anche un’altra cosa fondamentale: l’importanza della promozione della lettura, soprattutto tra i più piccoli.
Molto prima che diventasse un tema diffuso, Romano Montroni aveva compreso che avvicinare bambini e ragazzi ai libri non era un’attività accessoria, ma una responsabilità culturale e civile. E che servivano tutte le strategie, anche le più disparate per far comprendere ai più piccoli che con un libro si può far festa e che la libreria deve essere un luogo allegro.
Per Romano formare nuovi lettori significava contribuire a formare cittadini più consapevoli, più curiosi, più liberi. Questa convinzione ha attraversato tutta la sua vita professionale e ha lasciato un segno profondo in molti di noi che lavoriamo con i libri e con le storie.
Oggi, pensando a lui, sento semplicemente il bisogno di dire grazie. Per ciò che ha insegnato a me e a generazioni intere di librai. Per aver dimostrato che una libreria non è un negozio qualsiasi ma un luogo di incontro, di ascolto e di possibilità. Un posto vivace, allegro, vivo. E perché, in fondo, dietro ogni buon libraio e dietro ogni giovane lettore che scopre il piacere di leggere, c’è anche un po’ della sua eredità.


