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“Mi chiamo Adolf” di Pef (Pierre Elie Ferrier) è un albo illustrato capace di dire moltissimo con pochissimo.

Attraverso la voce di un bambino che porta un nome “impossibile”, il libro costruisce un racconto semplice solo in apparenza, dove l’ironia si intreccia a un senso di lieve inquietudine.

Pef non spiega, volutamente lascia che siano le parole essenziali e le immagini a creare uno spazio di riflessione il cui risultato è un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità dove il lettore si trova a interrogarsi sul peso dei nomi, sulla memoria collettiva e su ciò che, senza sceglierlo, ci portiamo addosso.

“Mi chiamo Adolf” è un libro che spiazza, a mio avviso perfetto per essere condiviso perché nel dialogo che genera trova il suo compimento più autentico.

Consigliato ai ragazzi e alle ragazze dagli 11-12 anni in su – proprio perché è in quella fase che il tema del nome, dell’appartenenza e del giudizio esterno comincia a farsi più sensibile, e agli adulti – perché troppo spesso trattano la storia, soprattutto quella dolorosa del passato recente, come qualcosa di lontano, quasi dimenticabile. Sbagliando e molto.

Per, Mi chiamo Adolf, Giannino Stoppani Editore

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