“L’altra madre” di Andrej Longo (in questa vecchia edizione Adelphi non più in commercio, lettura resa possibile grazie ad Antonella) mi ha rapita in un pomeriggio di riposo assoluto, uno di quei rari momenti in cui pensi di concederti una lettura breve, quasi di passaggio, e invece resti incollata al libro per tre ore senza staccare lo sguardo, senza sentire il bisogno di fare altro.
La storia prende subito perché parte da cose normali, quotidiane, riconoscibili. Niente di straordinario all’inizio, ed è proprio questo a spiazzare: senza quasi accorgertene, Longo ti porta altrove, in una zona più profonda e scomoda dove le certezze iniziano a vacillare.
Napoli – come in tutti i romanzi di Andrej – fa da sfondo, ma non ruba mai la scena. È una presenza viva, concreta, che respira insieme ai personaggi. Ci sono ragazzi, famiglie comuni, vite che si sfiorano per caso, si scontrano e poi si spezzano. Un attimo basta a cambiare tutto.
Da lì nasce una domanda scomoda che il libro non è in grado di risolvere: cosa succede quando il dolore è troppo grande e la giustizia non arriva? E soprattutto: chi se ne fa carico?
La “madre” del titolo è una presenza concreta, reale, lontanissima da qualsiasi idealizzazione. Non è simbolo, non è figura letteraria rassicurante: è una donna che agisce. E in questa storia Longo racconta la maternità senza filtri, con una scrittura asciutta, diretta, che non cerca il consenso e tu, lettrice, resti lì, coinvolta tuo malgrado: rallenti le pagine, pensi a soluzioni alternative, speri in un’altra direzione possibile, ti commuovi. E intanto senti crescere un disagio sottile, perché capisci che non ci sarà una risposta giusta ma solo una scelta.
Ho chiuso il libro nello stesso pomeriggio terminata la lettura che mi ha lasciata in silenzio e con una sensazione addosso difficile da nominare, di quelle che non chiedono di essere spiegate.
Sensazioni particolari che solo certi libri sanno creare 


