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Alle prese con il prossimo ciclo di laboratori di biblioterapia sulla famiglia – a proposito, le iscrizioni sono già aperte! – non potevo fare a meno di pensare a un libro che mi ha cambiata molto, un libro che mi ha introdotta alla lettura in modo serio e mi ha fatto amare le storie di famiglie disfunzionali belle complicate: parlo dell’opera di Isabel Allende, La casa degli spiriti.
Lo trovo in casa (faccenda tutt’altro che semplice tenuto conto del disordine imperante delle mie librerie) nascosto tra i tascabili Feltrinelli che non tocco da un po’. Ha la copertina sgualcita e consumata, leggo che si tratta di una edizione del 1987.
Lo apro e in alto, scritto dalla mia mano di quattordicenne trovo Elena Manzari, 2F Lenoci.
Ho un piccolo brivido.
Come un ponte invisibile nel tempo, torno a quel secondo anno di scuola superiore: l’Istituto Tecnico Commerciale di Japigia, il mitico Polivalente, edificio che ho odiato con tutta me stessa per svariati anni perché lì non ci volevo proprio stare perché sapevo non essere il mio posto.
Eppure mio padre insisteva, “Questa è l’epoca dei ragionieri, Elena. Vedrai, ti diplomerai e troverai subito lavoro”. Lo sento ancora il tono della sua voce: credeva di fare del bene e non vedeva che mi sentivo intrappolata in un contesto che non era per nulla il mio.
Per fortuna c’erano le ore di italiano diventate il mio rifugio. E poi c’era lui, il mitico professore di lettere, il prof. Di Gregorio, con la sua voce calma e calda e il suo sguardo bonario in grado di conquistare tutti. Me per prima.
Ricordo le chiacchierate infinite “Professore, io qua non ci voglio stare. Come devo fare se i miei non vogliono farmi fare il classico?”. E sorrideva il prof, “Porta pazienza, Elena. Non ci vorrà molto e spiccherai il volo”.
Ma più di tutte le parole e le chiacchiere fatte, fu al secondo anno che mi regalò un pezzo di universo. Cominciò a consigliarmi libri adatti a me, La casa degli spiriti fu la lettura del natale del ’92, e mi avvicinò alla filosofia grazie alla lezione sul mito della caverna di Platone.
Immaginate un prof. di un banale ITC della profonda periferia barese che decide così, apparentemente a caso, “de botto”, di parlare di filosofia a giovani e poco propensi studenti adolescenti del mito della caverna: consapevolmente, dico che quella lezione aprì il mio piccolissimo mondo rendendo possibile qualcosa resta ancora ben saldo.

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