Con tutto il rispetto sincero per gli ex colleghi e le ex colleghe libraə: questa faccenda dei reel e dei video vi sta un tantino sfuggendo di mano. E mi dispiace, davvero.
Lo dico con dolcezza, e con l’affetto di chi quel lavoro l’ha fatto per tanti anni condividendo la stessa fatica, la stessa passione, lo stesso desiderio di far arrivare i libri alle persone giuste. Capisco benissimo la voglia di stare al passo, di giocarsi carte nuove, di inventarsi modi più freschi per raccontare letture e scaffali. È un mondo difficile, che chiede creatività continua.
Eppure, e lo dico sottovoce, a volte ho la sensazione che qualcosa si stia perdendo per strada. Che il libro, piano piano, stia scivolando fuori dall’inquadratura per far posto alla nostra capacità di intrattenere, di recitare, di stare davanti a una telecamera. E non ci sarebbe nulla di male se restasse un gioco. Ma se diventa l’unica lingua che usiamo, se quel tempo delicato in cui si presentava una storia con calma si riduce a cinque secondi di trend, allora sì, un po’ di malinconia arriva.
Perché i libri chiedono lentezza, ascolto, presenza e hanno bisogno di mani vere, di respiri veri e non solo di effetti rapidi e accattivanti. E noi librai – lo dico con un sorriso – siamo sempre stati artigiani dell’attenzione: persone che sanno prendersi il tempo di vedere davvero chi hanno davanti e cosa stanno cercando.
Forse è questo che mi spiace: vedere che quella cura rischia di essere messa in secondo piano da una corsa a “farsi vedere” più che a “far vedere” i libri.
Non è un rimprovero, né tanto meno un giudizio. È solo l’affetto grande per un mestiere che continua a sembrarmi bellissimo proprio quando resta fedele alla sua anima più semplice: accompagnare storie verso chi le sta aspettando.
In foto la mia ex libreria, #Skribi.


